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Splendori e miserie della generazione 1987: la storia di Ahmed Yahiaoui

Un undici della Francia U17, campione d’Europa nel 2004: in alto da sinistra El Mourabet, Ménez, Ben Arfa, Ducasse, Mangani e Costil; in basso da sinistra Yahiaoui, Songo’o, Akakpo, Nasri e Thicot. In panchina tra gli altri Karim Benzema e Kévin Constant.

La generazione 1987 e l’impossibilità di essere normali – Inevitabilmente nelle ultime settimane si è parlato molto della generazione 1987, quella di Benzema, Ben Arfa, Ménez, Nasri, che nel 2004 avevano guidato la Francia Under 17 sul tetto d’Europa e che ad otto anni di distanza sono riusciti ad indossare tutti insieme la maglia della nazionale maggiore, ma non a mantenere sino in fondo le promesse; e mentre Fabregas e Piqué, sconfitti in finale nel 2004, ai quarti dell’Europeo in Polonia e Ucraina si sono presi la più dolce delle rivincite, in Francia ci si chiede se i ragazzi del 1987, con il loro innegabile talento non sempre però sostenuto dalla giusta attitudine, siano davvero capaci di assumere il ruolo di leader tecnici dei Bleus e di fare la differenza anche ad altissimo livello. In mezzo a tanti legittimi dubbi, quello che è certo è che la generazione 1987 è una generazione non convenzionale, eccezionale nel bene come nel male, che spicca per i suoi eccessi in un senso e nell’altro ed una sorta di incapacità di essere normale, evidente tra l’altro nell’anomalia della traiettoria seguita dai ragazzi che componevano l’indimenticabile spedizione del 2004; se infatti è noto a chiunque segua il calcio giovanile che difficilmente i successi conseguiti a livello di Under 17 si traducono in seguito in un percorso professionistico impreziosito da analoghi allori, è altrettanto vero che in genere, perlomeno nell’ambito del sistema francese, una percentuale abbastanza elevata dei ragazzi in questione riesce comunque a fare una dignitosa carriera calcistica, pur senza particolari squilli. Nel nostro caso avviene invece il contrario: abbiamo ben quattro elementi su diciotto – un numero nettamente superiore alla media – ovvero i sopracitati Benzema, Ben Arfa, Nasri e Ménez, che oltre a giocare stabilmente in un campionato europeo di primo piano sono approdati alla nazionale maggiore, e per contro un numero purtroppo sorprendentemente elevato di ragazzi che sono usciti dal circuito del calcio professionistico. Infatti, a parte i quattro di cui abbiamo già detto, soltanto Benoît Costil, l’attuale portiere del Rennes, Kévin Constant, recentemente prestato dal Genoa al Milan, e l’anonimo mediano Thomas Mangani, 24 presenze nel 2011-12 con la maglia del Nancy, giocano nella massima serie di un campionato di prima fascia; per il resto, i più fortunati sono quei pochi che si sono accasati in Ligue 2, come il centrocampista Pierre Ducasse del Lens e Rémy Riou, secondo portiere del Nantes, oppure in un campionato estero minore, come Maxime Josse, difensore, che dopo una serie di esperienze poco fruttuose in patria ha tentato l’avventura al Litex Lovech in Bulgaria.

Il fallimento della maggior parte dei suoi esponenti fa di questa generazione dorata ed un po’ maledetta l’esempio più emblematico della delicatezza del passaggio per un giovane calciatore dalla realtà protettiva del centro di formazione, dove si è seguiti e inquadrati con regole ben precise, al primo contratto da professionista che rappresenta il primo vero impatto con il mondo esterno, spesso fuorviante con le sue ingannevoli lusinghe, fatte di grosse cifre, di illusioni, di tentazioni, di troppa gente intorno all’improvviso: non sempre è semplice per questi ragazzi, in molti casi provenienti da contesti familiari difficili dal punto di vista socio-economico, non dare retta alle tante sirene, comprendere le esigenze del calcio professionistico e prendere le decisioni migliori per se stessi, storditi dalle mille proposte di agenti e consiglieri vari, quando a volte basta un sola scelta sbagliata per rovinare irrimediabilmente una carriera; come conferma Philippe Bergeroo, selezionatore dell’U17 vittoriosa nel 2004 ed oggi responsabile dell’U20, che tuttora si serve della parabola dei suoi pupilli del 1987 per mettere sull’avviso quelli attuali: “Dico sempre ai miei ragazzi: erano diciotto campioni d’Europa, solo sei di loro hanno sfondato. Riflettete bene su questo” e poi prosegue: “Il problema principale della generazione 1987 è stato che dopo il titolo vinto i rispettivi club hanno immediatamente fatto firmare ai ragazzi un contratto pro, per timore che altre squadre glieli portassero via. E loro non erano ancora abbastanza maturi per avere tra le mani dei soldi così presto, e si sono creduti arrivati”. E così, accanto ai Nasri e ai Benzema che si sono imposti nel calcio che conta, c’è il capitano Steven Thicot, che chiusa l’ultima deludente esperienza scozzese con l’Hibernian ormai è senza squadra e frequenta gli stage organizzati a Clairefontaine per i calciatori disoccupati, o il suo partner nella difesa dei campioni d’Europa Karim El Mourabet che vivacchia in quarta divisione nella squadra riserve del Lille; c’è Franck Songo’o, talentuoso esterno offensivo figlio di Jacques, l’ex portiere del Camerun, che all’epoca era alla Masia al fianco di Messi sognando la gloria in maglia blaugrana ed oggi è finito negli Stati Uniti, nei Portland Timbers; o il centrocampista Stéphane Marseille che milita nelle fila del Lambersart in Promotion d’Honneur de Ligue Nord-Pas-de-Calais, ottavo scalino della piramide del calcio francese, e Irélé Apo, che non è riuscito a imporsi nè in Francia nè all’estero e nell’ultima stagione ha faticato a trovare spazio persino nella riserve del Nantes; e ci sono anche quelli colpiti duramente dalla cattiva sorte, come il difensore centrale Serge Akakpo, che in seguito ha scelto di difendere i colori del Togo ed è rimasto ferito alla schiena nel famigerato agguato al bus durante la CAN 2010 in Angola, per poi fortunatamente riuscire a riprendersi e raccogliere una manciata di apparizioni con il MSK Zilina nel campionato slovacco, o il terzino Jean-Cristophe Cesto, a cui nel 2005 è stata diagnosticato un problema cardiaco incompatibile con l’attività agonistica: più tardi, beffa del destino, la diagnosi è stata smentita ma la sua carriera ormai era compromessa, ed oggi gioca a livello amatoriale ad Agen e progetta di diventare preparatore atletico.

La rosa completa della Francia U17 campione nel 2004

L’ascesa e la caduta… – E poi c’è Ahmed Yahiaoui. Nato a Marseille da una famiglia di origine algerina, Yahiaoui era colui che in campo copriva efficacemente le spalle al quadrato magico Nasri – Ben Arfa – Ménez – Benzema, l’elemento per forza di cose meno appariscente e celebrato ma anche l’autentico perno attorno al quale ruotava la squadra campione d’Europa e su cui si fondavano i suoi equilibri: piazzato davanti alla difesa, faceva la differenza con la sua grinta, la sua instancabile attività, la sua capacità di recuperare palloni su palloni, ma anche grazie alla visione di gioco ed alla sua buona qualità tecnica che gli consentivano di far ripartire l’azione con efficacia, di mantenere il possesso del pallone, di fare sempre la scelta migliore possibile in campo. Doti che avevano attirato parecchie attenzioni illustri su questo ragazzo che, cresciuto insieme a Nasri prima nello stesso quartiere di Marseille e poi nel centro di formazione dell’OM, era considerato insieme al suo inseparabile amico la più grande promessa per l’avvenire della squadra più titolata di Francia; tuttavia Yahiaoui era destinato a danzare una sola estate, ad essere niente più che una di quelle comete splendenti che passano veloci raccogliendo sguardi di ammirazione per poi venire rapidamente dimenticate. L’estate in questione è quella del 2004, in cui sembra pronto a spiccare il volo verso il grande calcio ed invece finisce per bruciarsi troppo presto le ali; fresco campione d’Europa Under 17, cercato ed esaltato da tutti, con il Chelsea di Mourinho che entra prepotentemente in pista per strapparlo al suo club formatore, il ragazzo lusingato ed impaziente spinge per andare in Inghilterra ma dopo un lungo braccio di ferro con l’OM la trattativa salta e i Blues decidono di ripiegare su Lassana Diarra, una brusca rottura che segna l’inizio della sua lenta discesa verso l’inferno: tra atteggiamenti sbagliati ed il rapporto con la società che è ormai irrimediabilmente compromesso, saranno pochissime le luci di una stagione che gli regalerà l’esordio in Ligue 1 a diciotto anni (29 gennaio 2005, contro il Toulouse) ed altre cinque presenze nella massima serie, prima della rescissione del contratto e dell’ingresso in una spirale negativa in cui cattiva sorte, errori ed una serie di decisioni infelici si intrecceranno in maniera fatale: l’Istres in Ligue 2, il disastroso esilio svizzero a Sion, il ritorno in Francia con il Cannes (dicembre 2007), saranno tutti fallimenti inframezzati da provini senza esito un po’ dappertutto, dal Saint-Étienne all’Everton. La sua ultima presenza con la maglia del Cannes nel marzo 2008, in National, è anche la sua ultima apparizione nel calcio professionistico, e da quel momento se ne perdono a lungo le tracce.

In seguito, intercettato nella sua Marseille, racconterà con sincera autocritica al quotidiano La Provence: “Purtroppo mi è mancato molto un ambiente familiare solido intorno, che potesse darmi i consigli giusti…non avevo fratelli maggiori, nè zii o cugini…mio padre, che è sempre stato là per aiutarmi anche se parlava male francese, è morto del 2005: è stato uno choc terribile per me da cui ho faticato a riprendermi, e non riuscivo a gestire quello che mi accadeva. Ho certamente fatto degli sbagli, delle stupidaggini, ed oggi me ne assumo la responsabilità. Il mio torto più grande è stato quello di parlare troppo: quando hai diciassette anni e apri sempre la bocca perchè sei convinto di avere ragione, finisci per farti massacrare…te lo puoi permettere se sei Zidane, mentre io non avevo dimostrato nulla. Però va detto che sono stato anche consigliato molto male…l’ambiente del calcio mi ha disgustato fino al punto che per sei mesi non potevo neanche più guardare un rettangolo verde. Ma questo sport è la mia vita, l’unica cosa che so fare è giocare a calcio…ora mi sto allenando da solo tutti i giorni e ho voglia di tornare”. E finalmente, lo scorso inverno, l’opportunità di ricominciare gliela offre il GS Consolat, il club dei quartieri nord di Marseille che milita nel gruppo C di CFA, con la cui maglia il franco-algerino non solo ritrova il piacere di giocare a pallone ma dà anche un importante contributo alla salvezza conquistata a giugno, dopo aver lavorato con intensità per recuperare la condizione fisica imponendosi delle sedute di allenamento supplementari ed essersi guadagnato la stima di tutti i compagni che si sono accorti ben presto di avere in squadra un elemento di categoria superiore, ma anche una persona ben lontana dall’etichetta di piantagrane che gli è rimasta appiccicata addosso: “É un bravo ragazzo, sempre disponibile e sorridente…e in campo è davvero un mostro”, arrivano a conferma le parole dell’attaccante Fabrice Apruzesse. Ed è un ragazzo che sembra avere dentro di sè una serenità diversa quello che si incontra dopo l’esperienza al Consolat: “Questa stagione in CFA mi ha fatto veramente bene, sono stato accolto alla grande e tutto è stato bello, dentro e fuori dal campo. Quando vedo gli altri della generazione 1987 vestire la maglia della Francia, sono felice per loro, e capisco di avere perso un’occasione. Ma ho imparato dai miei errori e a venticinque anni non è ancora troppo tardi: mi piacerebbe tanto avere un’ultima chance”

…E la rinascita? – E miracolosamente, la sua ultima chance si materializza per davvero. Il Sedan si fa convincere dalle relazioni positive inviate dal proprio osservatore nel sud della Francia e decide di scommettere su di lui e di offrirgli un contratto, memore forse di due precedenti soddisfacenti che ci auguriamo possano essere di buon auspicio per l’ex marsigliese: è infatti nell’US Marignane, che gioca in CFA nello stesso gruppo del Marseille Consolat, che la squadra delle Ardenne aveva pescato l’esterno destro Kassim Abdallah, uno dei migliori rossoverdi nella scorsa stagione, e soprattutto come molti ricorderanno era stato proprio il Sedan, nel campionato di Ligue 2 2010-11, a lanciare la carriera di un altro campione d’Europa 1987 come Costil, che nel suo club formatore, il Caen, non trovava spazio. Comunque sia, poche settimana fa Yahiaoui si è legato ufficialmente ai Sangliers per le prossime due stagioni, e così per lui sarà di nuovo calcio professionistico, e torneranno i riflettori della tv, con il nuovo canale BeIN Sport di Al-Jazeera che ha acquistato i diritti della Ligue 2 a cui vuole dare una copertura mai vista prima. Sarà capace di cogliere questa seconda occasione? Di affrontare un campionato duro e fisico come la Ligue 2 e ad abituarsi nuovamente ai carichi di preparazione del calcio professionistico, dopo tanti anni? É riuscito definitivamente a scacciare i suoi demoni o ritorneranno? É davvero possibile riannodare i fili spezzati di una carriera? Probabilmente presto avremo la risposta agli inevitabili interrogativi che lo circondano. Per adesso Ahmed Yahiaoui, partito pochi giorni fa con i suoi nuovi compagni per lo stage precampionato a Vittel, si gode un momento che non credeva avrebbe potuto rivivere: “Sono veramente, ma veramente felice”.

– YAHIAOUI IERI E OGGI –

Qui sopra, i tempi delle grandi promesse: dall’alto in basso, Yahiaoui nel 2004 in compagnia di Nasri ed Anigo, il direttore sportivo dell’OM; in azione contro la Spagna nella finale dell’Europeo Under 17 e poi mentre stringe la coppa insieme al capitano Thicot: nella foto si riconoscono anche Costil, Ben Arfa e Ménez. Sotto, dall’alto, Yahiaoui nel maggio 2012 con la maglia del Marseille Consolat nel match di campionato contro il Cannes (a destra nella foto, da ascannes.info); meno di due mesi dopo, mentre indossa per la prima volta la casacca del Sedan nella prima amichevole precampionato contro l’Épinal (30 giugno 2012, foto Angel Garcia – L’Union de Reims); infine, in un momento di relax nella sua Marseille.

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Discussione

3 pensieri su “Splendori e miserie della generazione 1987: la storia di Ahmed Yahiaoui

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