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Focus sui Chipolopolos campioni d’Africa

Da sinistra Stophira Sunzu, Hichani Himonde, Nathan Sinkala, Joseph Musonda, Emmanuel Mayuka, Davies Nkausu, Isaac Chansa, Chisamba Lungu, Rainford Kalaba, Christopher Katongo ed al centro il portiere Kennedy Mweene

Al di là dei demeriti degli avversari, una proporzione ben dosata di talento, tattica, condizione psicofisica ottimale, spirito di corpo e persino un pizzico di mistica ha costituito la miscela vincente della storica impresa dello Zambia che la scorsa settimana abbiamo già in parte analizzato. Un fattore che ha avuto il suo peso è stato certamente l’omogeneità e la progressione costante di una squadra che partecipa ininterrottamente alla fase finale della CAN dal 2004 ed in cui tredici elementi erano insieme già alla CAN 2008 e ben sedici a quella 2010, considerando che peraltro a questi andrebbero aggiunti alcuni assenti eccellenti come Jacob Mulenga, infortunato, o il gioiellino Emmanuel Mbola, squalificato dalla FIFA in seguito alla controversa vicenda del suo trasferimento dal Pyunik Yerevan ai congolesi del TP Mazembe. Cinque componenti di spicco della rosa campione d’Africa 2012 giocano inoltre insieme anche nel club, proprio quel Tout Puissant Mazembe che grazie ai mezzi finanziari e alle intuizioni del suo proprietario Moïse Katumbi rappresenta uno dei rari esempi in Africa di società calcistica strutturata in maniera professionistica sul modello europeo, con tanto di stadio di proprietà, aereo privato e pullman per le trasferte, non a caso a due riprese finalista al Mondiale per Club che generalmente è appannaggio delle grandi squadre dell’area del Maghreb.

Rainford Kalaba – Foto backpagepix

Nella pattuglia del TP Mazembe spicca il centrocampista offensivo Rainford Kalaba (1986), venticinque anni, forse il giocatore del gruppo zambiano dotato della classe più cristallina, che gli è valsa l’appellativo di “Master” conferitogli dai compagni; il rigore sbagliato nella lotteria finale che ha assegnato il trofeo gli è probabilmente costato il posto nella top 11 ufficiale della CAF (potete trovarla qui, ndr), ma è stato indiscutibilmente uno dei migliori giocatori visti all’opera nel torneo: partendo dalla fascia sinistra ha trascinato lo Zambia in finale mettendo il suo zampino in quasi tutti i gol dei Chipolopolos e ha illuminato la scena con la sua tecnica raffinata in velocità, il suo dribbling e la sua visione di gioco. Questo giocatore dalla struttura morfologica sottile (178 cm per 64 kg) e dalla faccia da bambino è nonostante l’età ancora verde già alla quarta partecipazione ad una CAN e, dopo le deludenti esperienze europee vissute tra il 2005 ed il 2009 nel centro di formazione del Nizza prima ed in Portogallo poi, partito quando era forse ancora troppo giovane, sembra adesso avere raggiunto la piena maturità ed avere le carte in regola per affrontare con successo una nuova avventura in Europa.

Sunzu, difensore dal sicuro avvenire

L’altro gioiello del club congolese che pare destinato a spiccare presto il volo verso nuovi lidi è Stophira Sunzu (1989), centrale difensivo che ha indiscutibilmente tutte le potenzialità per diventare uno dei più forti difensori in assoluto del panorama africano attuale: in grado all’occorrenza di disimpegnarsi ottimamente anche davanti alla difesa, insuperabile nel gioco aereo, non colpisce solo per le sue notevoli qualità fisiche – con i suoi 190 cm per 76 kg è lo zambiano più prestante – ma anche per personalità, anticipo, capacità di impostare l’azione. Pure lui reduce da un passaggio europeo poco felice nelle fila dello Châteauroux che, complice un infortunio, non gli diede mai una vera chance, è entrato prepotentemente nella top 11 del torneo disputando una CAN ad altissimi livelli, suggellata dalla finale perfetta in cui ha annullato Drogba e poi realizzato il rigore che ha regalato la Coppa d’Africa ai suoi. Nel Mazembe giocano anche Hichani Himoonde (1985), che di Sunzu è stato il perfetto complemento nel cuore della retroguardia di Renard, e Francis Kasonde (1986), prezioso jolly sceso in campo in cinque occasioni, centrocampista duttile che in caso di necessità può arretrare in difesa.

Sinkala, una bella sorpresa

Proprio a Coppa d’Africa appena conclusa, quando per lui si iniziava a parlare dell’interessamento di qualche club europeo, ha lasciato i Green Buffaloes – club del campionato zambiano – per raggiungere i compagni di nazionale nel TP Mazembe Nathan Sinkala (1990), il giocatore che ha costituito forse la sorpresa più piacevole dei Chipolopolos perché praticamente sconosciuto agli osservatori prima della CAN 2012: centrocampista di grande sostanza, abilissimo nel recupero del pallone ma in grado anche di rendersi estremamente pericoloso con le sue percussioni e le sue conclusioni dalla distanza, fatte le debite proporzioni potrebbe ricordare per caratteristiche Yaya Touré. Sinkala ha conquistato immediatamente Renard durante lo stage di preparazione in India dello scorso novembre, nel quale erano stati aggregati alcuni giovani, ed il tecnico francese ha così deciso di portarlo con sè in Guinea Equatoriale; l’incognita, per ammissione dello stesso selezionatore, era rappresentata principalmente dalla capacità di gestire la pressione da parte di un ragazzo alla sua prima competizione importante, ma la risposta è stata la migliore possibile, con la ciliegina sulla torta di una trasformazione di rara potenza e precisione nella sequenza finale di calci di rigore. Da segnalare che un altro elemento di primo piano del Mazembe fa parte del giro della nazionale ma è stato escluso dalla lista definitiva di Renard, ovvero l’attaccante Given Singuluma (1986), considerato a suo tempo una delle più grandi promesse del calcio zambiano.

Il secondo grosso nucleo della selezione zambiana è quello composto dai giocatori che militano nella Premier Soccer League sudafricana, notoriamente una delle leghe più competitive del continente: è il caso del portiere Kennedy Mweene (1984), capitano dei Free State Stars, il club che l’ha scoperto in patria nelle fila del Kitwe United e nel quale milita dall’età di ventun anni, aggiudicandosi nel 2009-10 il premio di miglior estremo difensore del campionato; grande personalità, probabilmente penalizzato in carriera da un’altezza di certo non eccezionale per un portiere (182 cm), che compensa grazie all’agilità e agli ottimi riflessi e che non gli impedisce di avere nelle uscite aeree uno dei punti forti, ha giocato una CAN straordinaria di cui ricorderemo il rigore parato a Gyan nella semifinale contro il Ghana, quello segnato con esemplare freddezza al suo omologo Barry nella finale contro la Costa d’Avorio, tre clean sheets in sei partite e prodezze assortite. Tesserati per club sudafricani sono anche i due solidi terzini titolari Davies Nkausu (1986) del Supersport United, giocatore versatile che può occupare all’occorrenza tutti i ruoli della difesa, e Joseph Musonda (1977) dei Golden Arrows, non più giovanissimo ma rivelatosi uno dei migliori esterni della competizione, davvero sfortunato per l’infortunio che l’ha costretto ad abbandonare la finale dopo poco più di dieci minuti; ed Isaac Chansa (1984) degli Orlando Pirates, uno dei giocatori giunti alla quarta CAN della carriera, infaticabile centrocampista a tutto campo la cui associazione con Sinkala a protezione della difesa è stata una delle chiavi di volta della solidità zambiana. Giocano in Sudafrica altri quattro elementi del gruppo, a cui è toccato un ruolo di secondo piano: il difensore Chintu Kampamba (1980) dei Bidvest Wits, il mediano Noah Chivuta (1983) dei Free State Stars, l’attaccante Collins Mbesuma (1984) dei Golden Arrows – un passaggio poco fortunato nel Portsmouth alle spalle – ed il centrocampista offensivo  Clifford Mulenga (1987) dei Bloemfontein Celtics, messo fuori rosa per motivi disciplinari prima dei quarti di finale. Ha fatto da comprimario anche l’attaccante ex Lorient Jonas Sakuwaha (1983), attualmente tesserato per l’Al Merreikh, uno dei due club più titolati del campionato sudanese.

Il richiestissimo Emmanuel Mayuka

Giocano però al di fuori del continente africano i due uomini probabilmente più rappresentativi dello Zambia campione: l’unico attualmente in Europa è Emmanuel Mayuka (1990), il talentuoso attaccante dello Young Boys per il quale i paragoni con Eto’o si sono già sprecati e che, atteso al varco dagli osservatori che lo tenevano d’occhio da tempo, non ha deluso le aspettative mettendo a segno tre gol che gli sono valsi il riconoscimento di “Pepsi Top Scorer” della competizione, dando una costante sensazione di pericolosità, negli spazi ampi come in area di rigore, e risolvendo la semifinale contro il Ghana con una conclusione splendida per rapidità di esecuzione, precisione e potenza. Dalla scorsa stagione è invece in Cina all’Henan Construction Cristopher Katongo (1982), capitano, uomo simbolo e leader dello spogliatoio dei Chipolopolos, un percorso da autentico globetrotter che dopo gli esordi in patria l’ha portato a vestire le maglie di Jomo Cosmos, Brøndby, Arminia Bielefeld e Skoda Xanthi. Giocatore dall’ottima tecnica che nelle giornate di vena può decidere una partita da solo, può giostrare da attaccante puro oppure a sostegno delle punte e ha chiuso la CAN 2012 con il premio di miglior calciatore del torneo ed il titolo di capocannoniere in coabitazione, con tre reti che si aggiungono alle quattro già messe a segno nelle precedenti edizioni; giunto alla quarta Coppa d’Africa della carriera, il trofeo conquistato a Libreville è invece il suo secondo alloro dopo la coppa di Danimarca vinta col Brøndby nel 2007-08.

Il capitano Cristopher Katongo

Sono in totale quattro gli zambiani che non appartengono a club africani; in Cina, nel Dalian Shide, c’è anche James Chamanga (1980), attaccante d’esperienza che vanta un bottino di tredici reti con la maglia dei Chipolopolos, incrementato dal gol segnato alla Libia subentrando dalla panchina in una CAN 2012 in cui è stato impiegato part-time. In seconda divisione russa, nelle fila del FC Ural, milita un altro dei ragazzi da non perdere di vista, Chisamba Lungu (1991): tornante di fascia destra con un passato nel futsal, scoperto dell’ex commissario tecnico Dario Bonetti, ha tocco di palla, dinamismo ed intelligenza e ha dimostrato grande versatilità ricoprendo con successo il ruolo di esterno sinistro basso in finale dopo l’ingresso in campo di Felix Katongo. Infine, il gruppo dei giocatori rimasti in patria: nei Green Buffaloes c’è il succitato Felix Katongo (1984), fratello minore di Cristopher ed altro giocatore storico dei Chipolopolos, centrocampista offensivo che può giocare sulla fascia destra o dietro le punte, anche lui con una breve esperienza francese tra Rennes B e Châteauroux alle spalle; ha giocato la finale da subentrante così come l’atletico difensore centrale dello ZESCO United Nyambe Mulenga (1987), che nel 2007 ha disputato con lo Zambia U20 il mondiale di categoria in Canada insieme al suo omonimo Clifford Mulenga, a Sunzu e ad un appena sedicenne Mayuka, il più giovane partecipante a quell’edizione della competizione. Militano nel campionato zambiano altri tre giocatori che facevano parte della spedizione in Gabon e Guinea Equatoriale ma non sono mai entrati in gioco, i due portieri di riserva Kakonje Kalililo (1985, Mining Rangers) e Joshua Titima (1992, Power Dynamos) ed il diciassettenne attaccante Evans Kangwa (1994, Nkana Devils), una delle sorprese nelle convocazioni di Renard, ragazzo che a livello giovanile ha fatto faville e di cui in prospettiva si dice un gran bene.

Questa la formazione scesa in campo in finale ed in linea di massima la formazione tipo adottata durante il torneo da Renard, uno dei pochi selezionatori che alla CAN 2012 ha optato per uno schieramento a due punte, in un contesto in cui il 4-2-3-1 è andato per la maggiore. Lo Zambia è una squadra in grado di fare possesso giocando palla a terra ma nella circostanza non è stata questa la sua principale arma, piuttosto ha vinto grazie a linee ben serrate, molti uomini dietro la linea della palla, un pressing aggressivo e costante e veloci ripartenze, favorite dal fatto di disporre di centrocampisti in grado di unire quantità e qualità e di giocatori tecnici dalla struttura fisica agile, mobili e rapidissimi, con Kalaba che ha rappresentato il brillante elemento di raccordo: un sistema di gioco semplice ed efficace.

Copyright foto AP/Ariel Schalit

Ed arriviamo così a Hervé Renard, il vero uomo copertina della ventottesima edizione della CAN, il selezionatore con la camicia bianca e l’aria da playboy che ha rubato i titoli a Mayuka e Katongo, quello a cui è stato affibbiato l’appellativo di “stregone biondo” e che si è autodefinito “The Chosen One”, il prescelto, catalizzatore di attenzioni anche durante la finale con i suoi gesti forti ed a volte un po’ plateali, capace di scuotere violentemente il malcapitato Nkausu, colpevole di non aver seguito le direttive del prepartita sulla marcatura di Gervinho, ma poi di prendere in braccio l’infortunato Musonda per portarlo in mezzo ai compagni a festeggiare. “I giocatori zambiani hanno bisogno ogni tanto di essere stimolati, perchè tendono a rilassarsi, a prendere la vita così come viene…una bella filosofia ma che a volte su un terreno di gioco può rivelarsi penalizzante”, ha a posteriori spiegato il tecnico di Aix-les-Bains, convinto che il calcio si giochi essenzialmente nella testa ed attento a tutti gli aspetti della gestione psicologica del suo gruppo, lui che s’incarica personalmente di portare le casse e mettere la musica negli spogliatoi e che ha avuto cura che i cuochi al seguito della nazionale preparassero dei piatti tipici zambiani per fare sentire i giocatori a casa. Alla vigilia della semifinale vinta contro il Ghana ha detto a Mayuka, escluso a sorpresa dall’undici iniziale: “Hai giocato quattro partite ottime ma adesso voglio che ti riposi, ti farò entrare negli ultimi trenta minuti e tu dovrai segnare”; l’azzardo di Renard ha pagato ed oggi il più giovane dei sedici selezionatori presenti alla fase finale della CAN è diventato il quarto francese della storia ad aggiudicarsi il trofeo, dopo Claude Le Roy (Camerun 1988), Pierre Lechantre (Camerun 2000) e Roger Lemerre (Tunisia 2004), in un’edizione che si è rivelata un vero trionfo per i tecnici d’Oltralpe grazie alla contemporanea medaglia di bronzo di Alain Giresse alla guida del sorprendente Mali decimato dagli infortuni.

Renard portato in trionfo

E proprio Claude Le Roy è stato il mentore di Renard, un ex difensore cresciuto insieme a Zinedine Zidane nel centro di formazione del Cannes diretto all’epoca da Arsène Wenger, qualche convocazione nelle nazionali giovanili francesi al fianco di Deschamps e Desailly prima della rapida presa di coscienza di non avere talento sufficiente per giocare a calcio ad alti livelli e della scoperta della sua vera vocazione; Renard fa infatti solo un’apparizione in Ligue 1 con la maglia del Cannes e già a trentun anni siede sulla sua prima panchina, quella del Draguignan in CFA, alzandosi tutti i giorni alle tre del mattino perchè contemporaneamente deve occuparsi della sua impresa di pulizie: “I sacrifici fatti agli inizi della carriera mi hanno aiutato a relativizzare l’importanza della posta in gioco contro la Costa d’Avorio”. La svolta è l’incontro con Le Roy, che nel 2002 mette un annuncio su L’Equipe per trovare una persona adatta ad affiancarlo nella nuova sfida alla guida dello Shangai Cosco e tra tutti i candidati sceglie Renard, che da quel momento diventa il suo fedele assistente, seguendolo prima in Cina, poi a Cambridge nella League Two inglese ed infine in Ghana nel 2007, con un intermezzo da primo allenatore tra il 2005 ed il 2007 a Cherbourg, in National, dove lancia Papiss Cissé; il Ghana di Le Roy raggiungerà le semifinali della Coppa d’Africa 2008 e per Renard l’incontro con il continente nero sarà una folgorazione e l’esperienza con le Black Stars il trampolino verso la panchina dello Zambia, su cui approderà una prima volta al termine di quello stesso anno mettendo le basi del trionfo odierno, con un terzo posto alla CHAN del 2009 ed i quarti di finale alla CAN 2010 impreziositi da consensi unanimi per il gioco espresso; dopo l’addio temporaneo alla ricerca di nuove avventure tra Angola e Algeria e dopo l’interregno di Dario Bonetti, che merita una citazione poichè guidando la squadra nel corso delle qualificazioni ha sicuramente dato la sua parte di contributo al successo dei Chipolopolos, il presidente della federazione zambiana Kalusha Bwalya ha voluto il suo ritorno per scrivere il lieto fine che tutti conosciamo. Quale sarà adesso la prossima tappa dello stregone biondo, i cui corteggiatori spuntano ormai come funghi? Difficile prevederlo. Durante il torneo aveva espresso il suo disappunto per non essere mai stato preso in considerazione in passato dai club francesi e aveva detto di sognare come qualsiasi tecnico di ascoltare un giorno l’inno della Champions League, ma aveva anche affermato con decisione: “Se qualcuno sta pensando di affidarmi la panchina di una selezione o di un club, voglio dirgli una cosa: non perdete tempo a chiamarmi se avete intenzione di fare la squadra al mio posto”. Alla fine potrebbe dunque restare e guidare i Chipolopolos all’inseguimento di un altro sogno, la qualificazione al primo Mondiale della propria storia. D’altronde, lo stregone è stato chiaro: “In almeno tre quarti dei club di Ligue 1, non potrei mai vivere le emozioni che vivo in Africa”.

La canzone portafortuna ascoltata nello spogliatoio dello Zambia durante la Coppa d’Africa

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